​La Memoria come” Muscolo Pulsante”: Intervista al geriatra Antonio Manucra

La memoria non è un magazzino polveroso dove archiviare il passato, ma un muscolo che pulsa nel presente, il timone della nostra identità.

Dal punto di vista scientifico, è il risultato di una continua ristrutturazione sinaptica: ogni volta che ricordiamo o impariamo, il nostro cervello altera la propria architettura grazie alla neuroplasticità.

Eppure, per molti anziani il rischio non è solo dimenticare, ma smettere di “abitare” la propria mente.

Esiste però chi, come Mimma Silvani, 85 anni e una laurea in biologia, sfida il tempo risolvendo integrali e logaritmi.

Ma la sua ricetta non è solo solitaria: seguendo l’esortazione di Renato Zero a restare “vivi”, Mimma è un pilastro della sua comunità e del gruppo di lettura “Viaggi tra le righe”.

Per capire come questo modello possa diventare una prassi, abbiamo chiesto il parere del Dott. Antonio Manucra, geriatra presso l’AUSL di Piacenza , “emigrante dell’eccellenza” che porta la sua competenza al Nord senza mai staccare lo sguardo dalla sua Calabria.

Dottor Manucra, cosa accade nel cervello di un anziano che sfida se stesso con la matematica e la lettura? Esiste una differenza tra “mantenere” e “potenziare” la memoria?
​Dobbiamo considerare che a 85 anni il cervello, come del resto tutto il nostro organismo, attraversa una fase di trasformazione naturale che è il risultato di decenni di esperienza, ma anche di inevitabili cambiamenti biologici. È importante distinguere tra l’invecchiamento fisiologico e quello patologico. Il cervello subisce una progressiva riduzione di peso e volume, tale fenomeno è noto come atrofia. Le aree più colpite sono solitamente l’ippocampo (memoria) e la corteccia prefrontale (funzioni esecutive). Le fibre nervose che collegano le diverse aree del cervello possono perdere efficienza e gli impulsi possono rallentano. Si assiste ad un ampliamento dei solchi.
​A livello biochimico si osserva una diminuzione della produzione di dopamina e acetilcolina, sostanze chiave per l’attenzione, il piacere e l’apprendimento. A questa fase corrisponde la cosiddetta neuroplasticità adattiva, il cervello dell’ottantenne è ancora capace di creare nuove connessioni. Le donne mostrano una compensazione bilaterale, se un’area è meno efficiente, il cervello inizia ad usare entrambi gli emisferi per compiti che prima ne richiedevano solo uno. La signora Mimma rappresenta il prototipo del successfull aging. La matematica agisce come uno scudo. Impegnarsi nei calcoli o nella risoluzione di problemi logici, aiuta a costruire una riserva cognitiva. Anche la lettura stimola la plasticità neuronale e concorre a stimolare e mantenere la riserva cognitiva. Lei è stimato per un approccio olistico che guarda all’individuo nella sua interezza.

Ci racconta nel dettaglio come lavora? In che modo, durante una visita, riesce a integrare i dati clinici con l’analisi dello stile di vita, dell’ambiente e della rete affettiva?
​È noto, in medicina, che una buona anamnesi è metà diagnosi. Significa che la parte della visita dedicata ad ascoltare chi viene in ambulatorio, è fondamentale per cominciare ad entrare in quello che per l’assistito, ma ancora di più per il care giver, è il problema da “risolvere”. Questa fase si caratterizza per la valutazione del setting e della rete familiare (è sola/o, coniugata/o, nubile/celibe, ha figli, dove vive, frequenta amici, circoli, associazioni, vive in città, paese, zona rurale zona isolata). L’anamnesi alimentare, l’anamnesi farmacologica (spesso l’anziano assume più di cinque farmaci). Lo stile di vita (peso corporeo, abitudine al fumo, attività fisica). Tutto concorre a capire “come” trascorre le giornate chi è di fronte a te.
​Quanto incide la solitudine sul decadimento cognitivo e quali sono i benefici biochimici della socialità?
La solitudine e l’invecchiamento sono due fenomeni che, quando si intrecciano, creano una sfida significativa per l’individuo e per la società. Studi epidemiologici indicano che la solitudine cronica può aumentare il rischio di sviluppare una demenza di circa il 40%, mentre una vita attiva concorre a ridurre il rischio agendo, anche, sul killer silenzioso che è il cortisolo. La solitudine e il senso di incertezza, concorrono ad alzare il livello di stress (più cortisolo); al contrario stare con persone care, sviluppare gli affetti e stimolare gli interessi concorre alla produzione di un benessere che, a livello biochimico, si traduce nella maggiore produzione di ossitocina, dopamina e serotonina.
​Cosa funziona nei Caffè Alzheimer e quali sono i “segnali sentinella” da non ignorare?
​I Caffè Alzheimer e i Centri Diurni fanno parte della rete di supporto per i pazienti affetti da Alzheimer. I Caffè Alzheimer sono nati per combattere l’isolamento sociale del malato e del care giver, sono luoghi informali (servizi a bassa soglia). Nascono in Italia nel 2000; l’Emilia Romagna è stata pioniera nell’inserirli nel proprio Piano Regionale Demenze. A Piacenza il primo Caffè è stato inaugurato nel gennaio del 2016. La telemedicina è la nuova frontiera per proteggere e raggiungere l’anziano fragile. Nella mission 6 del PNRR si dà largo spazio (e risorse) per lo sviluppo di questa nuova opportunità. L’allert che non bisogna trascurare, relativamente ai primi segnali di deterioramento delle funzioni corticali superiori, è costituito dalle tre A: Amnesia (perdita di memoria), Afasia (disturbo del linguaggio con difficoltà a trovare le parole “giuste”) e Anomia (difficoltà di associare i nomi agli oggetti).
​Cosa consiglia ai cinquantenni di oggi per arrivare a 85 anni con una buona lucidità mentale?
Prevenire è meglio che curare e costa meno che guarire. Con questo è chiaro il concetto che la prevenzione deve iniziare durante la prima fase della nostra vita. Adottare stili di vita che favoriscano la presenza di una dieta equilibrata, un calo ponderale e attività fisica servono da volano per produrre un tesoretto da utilizzare nelle fasi avanzate della nostra vita. La stimolazione continua, la lettura e la curiosità sono gli elementi fondamentali per affrontare più preparati il periodo della senescenza. Avere sempre più ricordi e meno rimorsi con spirito positivo e fattivo aiuta ad affrontare il peso delle primevere. Adattarsi e riprogrammarsi: questo è il segreto per mantenersi attivi il più a lungo possibile.
​Angelina Stillisano