Con oltre 200mila follower su Instagram, 15 milioni di visualizzazioni mensili e una radicata presenza su tutte le principali piattaforme digitali, Don Giovanni Zampaglione, parroco delle comunità calabresi di Masella e Montebello Jonico, è a tutti gli effetti il sacerdote più seguito sui social d’Italia.
Eppure, la sua non è una corsa alla viralità, ma un modo moderno per evangelizzare. Don Giovanni.ci guida attraverso una riflessione profonda: i social media non sono mai il fine, ma possono diventare preziosi alleati per diffondere buone pratiche e la luce della verità, a patto di usarli con coscienza e sotto la guida dello Spirito Santo, senza mai smarrire il contatto reale.

Attraverso un’intervista Don Giovanni Zampaglione ci racconta la sua Chiesa tra i social e la vita vera, offrendoci una testimonianza preziosa su come abitare il mondo digitale senza lasciarsi condizionare, custodendo sempre la centralità dell’incontro umano e sacramentale, perché la rete è solo un cortile, la vera fede si vive negli occhi della gente.
Come si concilia la dimensione globale del “parroco social” con la realtà concreta di Masella e Montebello Jonico?
La dimensione globale della Rete e la vita quotidiana avvengono vivendo i social network non come un’alternativa alla comunità reale, ma come un “cortile” digitale da cui partire per riportare le persone all’incontro umano e sacramentale nella parrocchia. La mia priorità resta la cura concreta dei parrocchiani, la presenza agli eventi del paese e l’ascolto dei bisogni reali della gente, senza farmi distrarre dai numeri o dai follower.
In che modo è cambiato il modo di fare pastorale digitale rispetto alla pandemia?
Durante il Covid-19 le dirette e i messaggi servivano a colmare un vuoto e a garantire vicinanza. Oggi il digitale è cambiato, passando dall’ansia del “tenere acceso il contatto” a una missione strutturata ma subordinata alla vita reale e al silenzio della preghiera, utile a diffondere riflessioni e valori sani senza inseguire i numeri fini a se stessi.
Qual è il confine tra l’essere un pastore digitale e il rischio di diventare “schiavo dei numeri”?
Il confine risiede nell’intenzione del cuore: l’efficienza digitale deve servire a raggiungere le persone, non a trasformarle in statistiche o bilanci. Il mezzo moderno serve il Regno se raggiunge volti concreti; diventa idolo quando un sacerdote inizia a vedere i fedeli non più come anime da amare e servire, ma come un “pubblico”.
Come gestisce gli “haters” e i toni aggressivi nello spazio digitale?
L’insegnamento più difficile è imparare a non reagire d’impulso, custodendo la pace interiore. Sui social la cattiveria spesso è gratuita: evito di cadere nello stesso tono aggressivo o nella logica del tifoso da tastiera, facendo cadere le provocazioni o rispondendo con gentilezza. Ho scoperto che la risposta più saggia non è replicare con fiumi di parole, ma fare silenzio.
In che modo l’esempio del beato Carlo Acutis guida il suo ministero?
San Carlo Acutis ci invita a rendere virale la bellezza e a diffondere la luce della verità. I mezzi digitali sono strumenti preziosi, ma non il fine ultimo. L’incontro reale con Cristo, i Sacramenti e la gente in carne ed ossa rimangono al primo posto. Bisogna passare dal virtuale al reale.
Nella pratica quotidiana, come si traduce l’incontro reale dopo una relazione nata online?
Occorrono passaggi fondamentali: proporre un appuntamento in chiesa o in un altro luogo, accogliere la persona dedicandole tempo per ascoltarla, guardarla negli occhi e toccare con mano le sue difficoltà. Infine, guidarla a vivere la fede partecipando alla Messa, accostandosi ai Sacramenti ed essendo vicini nel momento della prova fisica .
Angelina Stillisano
































