giovedì 22 Ottobre 2026
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Calùra: il mito, la terra e l’afa alla stazione di Santa Caterina

​Nella suggestiva cornice della Stazione FS di Santa Caterina si è svolto, presso la sala Museo “P. Germi” , il terzo incontro della consueta rassegna domenicale Calabria d’Autore, organizzato dall’Associazione “Incontriamoci Sempre”.

La serata ha visto la presentazione di Calùra, nuova opera letteraria dello scrittore Saverio Gangemi, edita da Rubbettino. A condurre l’evento è stata la Professoressa Angelina Stillisano, che con sensibilità e profonda capacità analitica ha guidato autore e pubblico lungo un percorso immersivo e ben strutturato.

​L’incontro si è aperto con un coinvolgente esperimento sensoriale: un momento quasi ipnotico in cui la moderatrice ha invitato i presenti a chiudere gli occhi per sintonizzarsi sull’atmosfera del romanzo.

Il pubblico è stato così trasportato in una dimensione densa e sospesa, dove il caldo cessava di essere un semplice dato meteorologico per trasformarsi in una presenza liquida, soffocante e pervasiva.

​Ispirato da questa suggestione, Saverio Gangemi si è raccontato con generosità, svelando le radici profonde del suo lavoro.

Calùra è un’opera dalla gestazione lunga e preziosa, durata ben dieci anni. Il romanzo affonda i suoi ricordi nell’infanzia dell’autore e nei racconti dei nonni legati alla Piana di Gioia Tauro e a Melicucco: un ricchissimo intreccio di storie, luoghi e memorie riemersi attraverso un attento lavoro di indagine personale. Tra i passaggi più evocativi, Gangemi si è soffermato sulla figura della Maga Assunta.

​Un’opera viscerale che ha già ottenuto importanti riconoscimenti di critica, tra cui la Menzione Speciale al XXXVII Premio Italo Calvino per la sua scrittura limpida ed epica, e la vittoria del Premio Demetra 2026, il più autorevole riconoscimento italiano per la letteratura ambientale.

​La discussione ha esplorato i nodi centrali del romanzo attraverso una scaletta sequenziale.
​L’innesco del mito e la natura antagonista: La narrazione prende il via con un boato metafisico — un tuono potente e solitario, privo di lampo — che spezza il tempo e inaugura un’estate di afa ininterrotta. Nel libro la natura soccombe gradualmente: le fiumare si prosciugano, i raccolti avvizziscono e il paesaggio regredisce, lasciando spazio solo ai rettili sulla pietra rovente. L’afa diventa così il vero antagonista della storia e un’allegoria lucida della crisi climatica.

​La “Torre di Jenga” e la solitudine sociale: Di fronte all’emergenza idrica, l’assenza delle istituzioni fa riaffiorare vecchi rancori e contese di confine tra vicini, facendo vacillare la convivenza come una torre di tasselli instabili. In questo scenario devastato, l’imponente “Albero della Merda”, nome crudo e popolaresco con cui la comunità battezza il secolare gigante vegetale al centro del paese, rimane l’ultimo baluardo d’ombra e di riparo per gli abitanti.

​Resilienza e la musica della lingua: Attraverso personaggi indimenticabili come Lanczo, Duardo e Filomena, emerge la bellezza di un’epica contadina fatta di mutuo soccorso e solidarietà primaria. A dare forza a questa parabola è lo stile unico di Gangemi: una prosa ritmica, ricca di settenari, rime interne e termini autentici della tradizione locale (fiumara, lenza, calùra) che restituiscono al lettore la musicalità del racconto orale meridionale.

​Dopo un vivace momento di confronto e domande dal vivo con la platea, l’incontro si è avviato alla conclusione mettendo al centro il valore del dialogo e dei legami umani. Gangemi ha sottolineato la forte necessità di riscoprire il tempo trascorso insieme e la comunicazione in famiglia.

​Nonostante la drammaticità del contesto e il collasso dell’ecosistema, Calùra rifiuta ogni forma di nichilismo. È un libro emozionante e intriso di speranza. Come recita la motivazione del Premio Demetra, l’opera è un’«allegoria rovente del nostro presente»: uno specchio nitido e severo in cui siamo chiamati a guardare le nostre fragilità contemporanee e le ombre del nostro futuro climatico.

​Ci ricorda che la natura non è uno sfondo inerte delle nostre vite, ma il respiro stesso della nostra esistenza, e che riscoprirne il rispetto è un atto d’amore e di sopravvivenza. Anche nei momenti più bui, la memoria della terra, l’affetto familiare e la solidarietà rimangono le uniche radici capaci di tenerci saldamente ancorati alla nostra umanità.
​La serata si è conclusa tra i calorosi applausi del pubblico.

d.c.