Nella suggestiva cornice della Stazione FS di Santa Caterina si è svolto, presso la sala Museo “P. Germi” , il terzo incontro della consueta rassegna domenicale Calabria d’Autore, organizzato dall’Associazione “Incontriamoci Sempre”.
La serata ha visto la presentazione di Calùra, nuova opera letteraria dello scrittore Saverio Gangemi, edita da Rubbettino. A condurre l’evento è stata la Professoressa Angelina Stillisano, che con sensibilità e profonda capacità analitica ha guidato autore e pubblico lungo un percorso immersivo e ben strutturato.
L’incontro si è aperto con un coinvolgente esperimento sensoriale: un momento quasi ipnotico in cui la moderatrice ha invitato i presenti a chiudere gli occhi per sintonizzarsi sull’atmosfera del romanzo.
Il pubblico è stato così trasportato in una dimensione densa e sospesa, dove il caldo cessava di essere un semplice dato meteorologico per trasformarsi in una presenza liquida, soffocante e pervasiva.
Ispirato da questa suggestione, Saverio Gangemi si è raccontato con generosità, svelando le radici profonde del suo lavoro.
Calùra è un’opera dalla gestazione lunga e preziosa, durata ben dieci anni. Il romanzo affonda i suoi ricordi nell’infanzia dell’autore e nei racconti dei nonni legati alla Piana di Gioia Tauro e a Melicucco: un ricchissimo intreccio di storie, luoghi e memorie riemersi attraverso un attento lavoro di indagine personale. Tra i passaggi più evocativi, Gangemi si è soffermato sulla figura della Maga Assunta.
Un’opera viscerale che ha già ottenuto importanti riconoscimenti di critica, tra cui la Menzione Speciale al XXXVII Premio Italo Calvino per la sua scrittura limpida ed epica, e la vittoria del Premio Demetra 2026, il più autorevole riconoscimento italiano per la letteratura ambientale.
La discussione ha esplorato i nodi centrali del romanzo attraverso una scaletta sequenziale.
L’innesco del mito e la natura antagonista: La narrazione prende il via con un boato metafisico — un tuono potente e solitario, privo di lampo — che spezza il tempo e inaugura un’estate di afa ininterrotta. Nel libro la natura soccombe gradualmente: le fiumare si prosciugano, i raccolti avvizziscono e il paesaggio regredisce, lasciando spazio solo ai rettili sulla pietra rovente. L’afa diventa così il vero antagonista della storia e un’allegoria lucida della crisi climatica.
La “Torre di Jenga” e la solitudine sociale: Di fronte all’emergenza idrica, l’assenza delle istituzioni fa riaffiorare vecchi rancori e contese di confine tra vicini, facendo vacillare la convivenza come una torre di tasselli instabili. In questo scenario devastato, l’imponente “Albero della Merda”, nome crudo e popolaresco con cui la comunità battezza il secolare gigante vegetale al centro del paese, rimane l’ultimo baluardo d’ombra e di riparo per gli abitanti.
Resilienza e la musica della lingua: Attraverso personaggi indimenticabili come Lanczo, Duardo e Filomena, emerge la bellezza di un’epica contadina fatta di mutuo soccorso e solidarietà primaria. A dare forza a questa parabola è lo stile unico di Gangemi: una prosa ritmica, ricca di settenari, rime interne e termini autentici della tradizione locale (fiumara, lenza, calùra) che restituiscono al lettore la musicalità del racconto orale meridionale.
Dopo un vivace momento di confronto e domande dal vivo con la platea, l’incontro si è avviato alla conclusione mettendo al centro il valore del dialogo e dei legami umani. Gangemi ha sottolineato la forte necessità di riscoprire il tempo trascorso insieme e la comunicazione in famiglia.
Nonostante la drammaticità del contesto e il collasso dell’ecosistema, Calùra rifiuta ogni forma di nichilismo. È un libro emozionante e intriso di speranza. Come recita la motivazione del Premio Demetra, l’opera è un’«allegoria rovente del nostro presente»: uno specchio nitido e severo in cui siamo chiamati a guardare le nostre fragilità contemporanee e le ombre del nostro futuro climatico.
Ci ricorda che la natura non è uno sfondo inerte delle nostre vite, ma il respiro stesso della nostra esistenza, e che riscoprirne il rispetto è un atto d’amore e di sopravvivenza. Anche nei momenti più bui, la memoria della terra, l’affetto familiare e la solidarietà rimangono le uniche radici capaci di tenerci saldamente ancorati alla nostra umanità.
La serata si è conclusa tra i calorosi applausi del pubblico.
d.c.
































